PER TROVARE LA GIOIA DEVI PERDERE QUALCOSA

La storia
L’estate Nico deve andare a passarla in Sicilia, da solo, dalla prozia Gela. Ha undici anni, parecchia irrequietezza e il telefono come amico ma, alla fine della sua esperienza, non avrà più niente, lascerà tutto: si scontrerà con un cultura e una generazione che lo accompagneranno verso la strada della gioia, quella vera, che non si vede ma si sente.
A chi?
Agli adulti e soprattutto agli adolescenti che vogliono provare a tornare all’essenza dei legami e delle piccole cose che lasciano un segno indimenticabile.
Perchè?
Per avvertire il potere della semplicità, dei giochi nel cortile, del profumo di pomodoro e infilarsi nello spazio che separa la generazione degli undicenni da un lato e degli ultraottantenni dall’altro. Due estremi temporali senza via di mezzo, nel film non compare neppure un quarantenne. Per imparare tutto quello che un legame fatto di sguardi, di gesti, di dialoghi brevi ha da dire a un ragazzino annoiato e distratto.
Lo stile
I primissimi piani, le inquadrature dei dettagli degli spazi, degli oggetti, della luce restituiscono al film il suo potere sullo sguardo. Questa è una storia di formazione da vedere, tutto ciò che è mostrato e non mostrato arriva agli occhi e cambia l’orizzonte.
Da vedere
Per apprezzare la forza muta dello sguardo e delle azioni di una donna dai modi ruvidi che insegna a un adolescente a baciare la vita

Immagine di “Gioia mia” di Margherita Spampinato. Immagine usata a scopo di critica e discussione.
